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Aflatossine del mais: cosa sono, perché aumentano e come controllarle

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Le aflatossine sono uno dei temi più sensibili per la filiera maidicola e zootecnica. Si tratta di un tema che negli ultimi 20 anni, complice il cambiamento climatico, è passato da essere una questione sporadica a problema ricorrente, con ricadute sanitarie ed economiche sia a livello di azienda che di intera filiera.

Quando si parla di aflatossine del mais, l’errore più comune è affrontare il tema solo quando la contaminazione è già emersa. In realtà il problema nasce molto prima, in campo, e va gestito con una logica proattiva. Per questo oggi il controllo delle aflatossine richiede una strategia completa, che parte dalle scelte agronomiche e arriva fino al biocontrollo preventivo.

 

Cosa sono le aflatossine del mais

Le aflatossine sono micotossine prodotte da funghi del genere Aspergillus, in particolare da Aspergillus flavus. Nel mais, ma anche in altre colture, le aflatossine rappresentano una criticità concreta, in quanto sono tra le sostanze più cancerogene esistenti in natura.

Come tutti i maiscoltori sanno, il problema aflatossine non si presenta tutti gli anni e può avere intensità diverse a seconda della zona o del campo. L’entità della problematica dipende da due fattori principali

  • La composizione della popolazione fungina
  • L’ambiente e l’andamento climatico

L’effetto “popolazione fungina”

Il fungo Aspergillus flavus è ubiquitario, cioè si trova in tutti gli ambienti. Tuttavia, non tutti i ceppi presenti producono aflatossine. Poco più del 50% di loro è in grado di produrle, mentre la parte restante non ha questa capacità. Il problema, quindi non si riduce semplicemente alla presenza del fungo sulle piante, ma è dipendente dall’equilibrio tra ceppi tossigeni e non tossigeni all’interno dell’ambiente colturale.

Spiga di mais infettata da Aspergillus flavus. La sola presenza della muffa non è indice della presenza di aflatossine, la cui produzione dipende in prima istanza dalla popolazione di ceppi che si sono insediati (tossigeni o atossigeni) e dalle condizioni ambientali e della pianta, che sono la causa scatenante che induce i ceppi tossigeni a produrre le aflatossine.

 

L’effetto “ambiente”

Se il rapporto tra ceppi tossigeni/atossigeni è il primo dei due fattori che determinano l’intensità delle contaminazioni, il secondo è legato all’andamento climatico e ambientale. In questo contesto, un ruolo rilevante è svolto anche dallo stato fisiologico della coltura, che rappresenta l’ospite vegetale dell’Aspergillo.

In pratica, quindi, il fungo è quasi certamente presente nell’ambiente, ma è la combinazione tra alte temperature, stress idrico, squilibri della coltura e danni alla pianta a creare le condizioni più favorevoli alla contaminazione.



Perché le aflatossine del mais sono un problema crescente

Negli ultimi anni il rischio aflatossine è diventato più rilevante anche in Italia: a causa del cambiamento climatico in corso, le elevate temperature nella stagione estiva e le condizioni di stress della pianta favoriscono il fenomeno e rendono la coltura più vulnerabile. Condizioni che negli ultimi 10-20 anni sono diventate più frequenti.

 

Come controllare le aflatossine

Il problema aflatossine, diversamente da altri problemi fitosanitari, non può essere gestito in chiave curativa, cioè dopo che la contaminazione è conclamata. Approcci successivi alla raccolta come la pulitura o il sequestro con specifici substrati rappresentano costi aggiuntivi e hanno un’efficacia limitata, senza considerare che una granella contaminata, anche se in misura contenuta, può essere deprezzata al momento del ritiro.

La gestione agronomica rappresenta una prima barriera al problema aflatossine: semina anticipata, condizioni ottimali di nutrizione, gestione efficace dell’irrigazione e controllo della piralide sono buone pratiche agricole che contribuiscono allo sviluppo diuna coltura sana, meno esposta a condizioni di stress, e meno predisposta all’infezione da Aspergillus. Tuttavia, il controllo della contaminazione da aflatossine passa inevitabilmente attraverso il biocontrollo preventivo dell’Aspergillus tossigeno.

  • Preparazione adeguata del letto di semina e semina anticipata. Una buona preparazione del terreno e una semina anticipata favoriscono uno sviluppo più uniforme della coltura, evitando , almeno in parte, le condizioni di stress che possono aumentare il rischio aflatossine.
  • Bilanciamento adeguato della concimazione. Una concimazione equilibrata evita eccessi o carenze nutrizionali, rafforzando l’apparato fisiologico e rendendo la coltura meno esposta al rischio di contaminazione.
  • Irrigazione nei momenti di stress. Lo stress idrico è uno dei principali fattori predisponenti. Irrigare significa aiutare la coltura a superare le fasi più critiche senza entrare in sofferenza.
  • Controllo della piralide. Il danno causato dalla piralide aumenta la vulnerabilità della spiga e crea condizioni favorevoli all’insediamento e alla proliferazione dei patogeni .
  • Biocontrollo preventivo. Se con l’agronomia si interviene sul fattore “ambiente”, con il biocontrollo si agisce sul fattore “popolazione” e sul rapporto tra ceppi tossigeni e atossigeni, volgendolo a favore dei ceppi atossigeni. In sostanza, si cerca di favorire l’instaurarsi sulla coltura di ceppi fungini che non producono tossine, escludendo dagli spazi vitali sulla pianta quelli che invece le producono. È un meccanismo di esclusione competitiva: i ceppi non tossigeni colonizzano l’ambiente prima e meglio, sottraendo spazio e risorse ai ceppi tossigeni. In questo modo si riduce il rischio che la contaminazione si sviluppi.

 

L’agente di biocontrollo AF-X1 2026

AF-X1 2026 è un agente di biocontrollo che sfrutta il principio dell’esclusione competitiva: contiene un selezionato di Aspergillus flavus, chiamato MUCL54911, scelto per caratteristiche molto precise: è autoctono, quindi adatto all’ambiente in cui viene utilizzato; è privo della capacità di produrre la tossina ed è altamente competitivo nei confronti degli altri ceppi presenti, così da riuscire a insediarsi rapidamente e battere sul tempo quelli tossigeni.

Da qui l’approccio preventivo: AF-X1 non entra in gioco quando il danno è già fatto, ma lavora per spostare l’equilibrio biologico della coltura a favore dei ceppi non tossigeni, prevenendo di fatto il problema anche in annate favorevoli; anche in presenza dello sviluppo visibile di muffe, quindi, il valore qualitativo, sanitario ed economico della granella risulterà tutelato.

 

Efficacia confermata dal monitoraggio

Un’impostazione confermata da più di 10 anni di impiego in campo. Tra gli studi più recenti, quelli del monitoraggio 2023 e 2024 presentati al convegno “Mais! Innovazione, sostenibilità e competitività nella maidicoltura italiana’” dalla Professoressa Battilani dell’Università Cattolica di Piacenza, che ha guidato il gruppo di ricerca che ha sviluppato AF-X1 in collaborazione con Pioneer Hi-Bred Italia. Nnei campi trattati con AF-X1, il 97% dei campioni è risultato inferiore a 3 ppb e il restante 3% si è comunque collocato nel range compreso tra 3 e 20 ppb. Nei campi non trattati, invece, il 17% dei campioni ha mostrato una contaminazione superiore a 3 ppb, con un dato ancora più netto: il 6% dei campioni ha superato i 20 ppb.

Nei campi trattati, la quasi totalità dei campioni si mantiene su livelli molto bassi. Nei campi non trattati, invece, aumenta in modo evidente la quota di mais esposta a contaminazioni più elevate (Grafico 1).

Grafico 1: Risultati del monitoraggio aflatossine negli anni 2023 e 2024. Fomte: Pioneer Hi-Bred Italia

 

Organizzazione territoriale e filiera sono elementi vincenti

L’approccio del biocontrollo è efficace per proteggere l’appezzamento trattato. Tuttavia, per la natura ubiquitaria del fungo, i campi non trattati che circondano l’area trattata possono continuare a rappresentare una fonte di reintroduzione dei ceppi tossigeni.

È per questo che l’efficacia del biocontrollo delle aflatossine risulta potenziata da un approccio lungimirante se pianificato ed organizzata a livello di comprensorio territoriale o di adesione a filiere di produzione.
Anche una buona gestionde della raccolta e delle partite contribuisce a valorizzare i benefici del biocontrollo. La raccolta ad umidità non inferiore a 22% e la segregazione delle partite di granella raccolta dai bordi campo, generalmente più esposti a stress e potenzialmente soggetti all’infezione di Aspergillus tossigeno proveniente da campi adiacenti non trattati, rappresentano buone pratiche di mitigazione del rischio di contaminazione da aflatossine.

 

La soluzione a un’emergenza

L’impiego di AF-X1 è da anni soggetto ad autorizzazioni annuali ex art. 53 del Reg. CE 1107/2009 destinate a soluzioni che permettono di fronteggiare emergenze fitosanitarie. Per la stagione in corso al momento della pubblicazione di questo articolo, AF-X1 2026 può essere impiegato dal 4 Marzo 2026 al 1 luglio 2026 su mais destinati a usi zootecnici.

Il sorgo devitalizzato agisce come vettore inerte delle spore del ceppo atossigeno Aspergillus flavus MUCL5491. La foto rappresenta il grano di sorgo durante la germinazione delle spore, che andranno poi a colonizzare la pianta.

Il prodotto consiste in semi di sorgo devitalizzati, che agiscono come vettori inerti delle spore di A. flavus MUCL54911. Si applica alla dose di 25 kg/ha nel periodo successivo alla sarchiatura fino a 15 giorni prima della fioritura. Può essere distribuito a spaglio utilizzando spandiconcime centrifughi o pneumatici.